Indice delle lezioni

 

Strutture della spiritualità dinamiche

Il modello strutturale di spiritualità esemplificato dal crucipuzzle, descritto nel post precedente Strutture della spiritualità – I, può essere approfondito e ampliato.

Immaginiamo che le lettere al suo interno non siano ferme, ma in movimento: si mescolano e rimescolano in continuazione.

In questo modo sarà possibile cogliere diverse parole che si verranno a formare casualmente in diversi momenti. In certi casi, per i motivi che dirò più sotto, sarà possibile individuare non solo parole, ma perfino frasi o interi discorsi. Il criterio con cui vedere parole che si vengono a formare con le lettere non è necessariamente solo quello che abbiamo visto finora: si potrebbe individuare una parola che si forma prendendo una lettera sì e una no, oppure selezionandone alcune procedendo a zig-zag, oppure mescolando sia andamenti geometrici ordinati, sia casuali; il risultato è che tra le lettere ognuno può individuare qualsiasi cosa, poiché ognuno può anche inventarsi sul momento il criterio con cui selezionarle. Immaginiamo ora che il crucipuzzle sia il nostro cervello, in cui si trovano le nostre strutture della spiritualità: le lettere sono i neuroni, le parole che vi possiamo individuare sono le idee. Allo stesso modo in cui è possibile discutere se le parole sono davvero nel crucipuzzle, oppure è solo la nostra immaginazione a vederle in esso, così si può discutere se le nostre idee sono davvero presenti nel nostro cervello, oppure se sono soltanto dei neuroni collegati più o meno casualmente, in modo tale da favorire in noi l’individuazione di strutture che chiamiamo idee.

Non solo le nostre strutture della spiritualità, ma anche tutto il mondo, l’intero universo può essere considerato un crucipuzzle; le lettere dell’alfabeto sono gli atomi e ognuno vi vede quello che vuole vedere, in base a come preferisce organizzare la propria mente, i propri pensieri.

Così come le lettere dell’alfabeto sono tutte diverse, anche gli atomi sono diversi l’uno dall’altro; alcuni si attraggono tra di loro, altri si respingono, alcuni si raggruppano e vengono a formare degli oggetti, delle strutture.

Notiamo anche che ogni oggetto può essere capace di avere comportamenti simili a quelli di un essere vivente, nonostante non ne faccia parte. Un esempio sono i virus. Se pensiamo ai virus dei computer, è facile notare che per certi versi sono in grado di comportarsi come esseri viventi: possono attaccare, difendersi, moltiplicarsi, adottare delle strategie. In realtà anche i virus che provocano malattie al nostro corpo sono considerati scientificamente a metà strada tra semplici composti chimici ed esseri viventi veri e propri. È difficile considerarli dei veri esseri viventi, poiché non possiedono un’organizzazione cellulare e funzioni interne complesse, come sono invece nei batteri.

Anche un’idea che si trova dentro il nostro cervello (cioè una struttura di neuroni collegati) può comportarsi come un essere vivente o come un virus: può tentare di prendere possesso del nostro cervello (un esempio potrebbe essere il motivo di una canzone che a volte non riusciamo toglierci dalla mente), diffondersi in altre menti, moltiplicarsi, differenziarsi, difendersi, attaccare. A questo punto si capisce che in linea strettamente teorica non esiste differenza tra esseri viventi ed esseri non viventi: un essere vivente non è altro che un insieme di atomi organizzati in una struttura che possiede un suo grado di complessità. Il DNA non è altro che un insieme di molecole organizzate in una struttura.

Salve a tutti. Siamo arrivati al post dedicato anch’esso alle strutture della spiritualità. Siamo alla parte seconda, ce ne sarà ancora una terza. Quest’attenzione alla spiritualità come strutture naturalmente può far pensare che ci sia una visione razionalista, schematica, che vuole ingabbiare la spiritualità. Questo sono normalmente le strutture. E di per sé è così, cioè, a parte il fatto che, come inclinazione personale, tendo a fare attenzione a schemi razionali… Ma poi non è una cosa solo mia, è la tendenza a padroneggiare l’argomento. In ogni caso, questo modo di procedere può risultare fuori luogo per la spiritualità, che di solito viene concepita, immaginata, come spontaneità, abbandono, un lasciarsi andare alle emozioni, alle percezioni più indescrivibili, più difficili da esprimere a parole, quindi, come si può parlare di strutture in tutto questo? E difatti, di per sé, se si vuole parlare di strutture, di razionalità o di senso critico, in realtà, se lo si fa bene, ciò non esclude tutto quello che abbiamo detto a proposito di libertà, spontaneità, eccetera. Perché? Perché parlare di strutture, diciamo pure in senso pesante, di gabbia, essenzialmente viene a significare parlare di critica, assumere un atteggiamento critico, di ricerca critica. Ora, la critica, se effettuata in maniera completa, piena, seria, non può fare a meno di essere a un certo punto anche autocritica e autocritica significa quello che accennavo nei posti precedenti, cioè anche capacità di far marcia indietro, rinuncia a sé stessi. Una critica che voglia essere completa deve saper fare anche questo; non solo questo, ma anche questo. Ora, da questo punto di vista, nel confronto tra schematismi e spontaneità, io trovo più completo l’atteggiamento critico. Perché? Proprio perché l’atteggiamento critico è in grado di fare marcia indietro, di fare spazio anche al suo opposto, cosa che spesso, per lo meno, non vedo nell’altro atteggiamento, cioè persone che rivendicano, anche giustamente, che ciò che è spirituale deve parlare al cuore, non può essere razionalizzabile. Però poi cadono, almeno a mio parere, cadono in schematismi, in vere e proprie strutture di cui non si accorgono o di cui non accettano di accorgersi. Magari, sì, si può dire “Sei tu che non mi capisci, sei tu che non stai cogliendo ciò che io ti volevo trasmettere” e una critica, dicevo, fatta bene, accoglie anche questo. Però non esclude sé stessa. Il problema è questo, cioè, se vogliamo essere completi, bisogna includere tutte le nostre facoltà e quindi sia critica, sia abbandono a ciò che può essere più spirituale; spirituale nel senso di irrazionale. Ora, questo è possibile, come? Direi, né con una via di mezzo e neanche con un sommare queste due cose facendone un miscuglio. L’idea che trovo più efficace, il riferimento che trovo più efficace, è la somiglianza all’andare in bicicletta. Cioè, in bicicletta ci si tiene in equilibrio non perché si sta nel mezzo o perché si mescola tutto, ma perché ci si squilibra un po’ a destra un po’ a sinistra e grazie a ciò si riesce a mantenersi in sella e si può procedere. In questo senso credo che, in questa questione di rapporto tra razionalità, schematismi da una parte e spontaneismo dall’altra, sia bene esagerare un po’ in una direzione, un po’ in un’altra, facendo tesoro proprio delle rispettive esagerazioni. In questo senso evidenziavo quindi che la persona che rivendica l’irrazionale può avere il limite di non accettare di prendere atto degli schemi in cui si sta muovendo; dall’altra parte il senso critico, invece, può risultare incapace di vedere altro, cioè può venire a succedere che il senso critico riesca a vedere solo ciò che riesce a criticare. Ciò che non riesce a criticare praticamente non esiste, viene trascurato, viene lasciato alla disattenzione. Ora, in tutto questo credo che la spiritualità possa far tesoro di entrambi gli aspetti, ed è questo il cammino che ho tentato e sto tentando di portare avanti e comunicare attraverso il sito, cioè un far tesoro di tutti gli atteggiamenti possibili, non per mescolare tutto, ma per perseguire il meglio, sfruttare al meglio quel poco tempo che abbiamo nella nostra vita e in questo modo ottenere i risultati più efficaci. Tutto qua. Continueremo quindi con queste modalità che finora ho trovato fruttuose e quindi rinvio l’appuntamento ai prossimi passi del cammino. Arrivederci a tutti.