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Il “problema difficile della coscienza ” di David Chalmers è chiamato “difficile” perché non sappiamo come affrontarlo; quello facile è così perché verte tutto sulla quantità di lavoro che c’è fare; è facile perché, anche se implica un lavoro enorme e faticoso, sappiamo in cosa consiste, sappiamo cosa ci sarebbe da fare. Riguardo a quello difficile non abbiamo nemmeno idea di cosa fare, di come concepirlo efficacemente, di come “attaccare” il problema con chiarezza.
La soluzione si basa sulla consapevolezza di un limite, potremmo anche dire di un difetto, nel modo scientifico di affrontare problemi e concetti. La via scientifica si basa sull’astrazione, che consiste nell’ottenere ciò che è comune a più elementi. Ad esempio, possiamo parlare del colore rosso perché esso, o componenti che siamo in grado di identificare in esso, è condiviso da più oggetti. In altre parole, la scienza può parlare solo di fenomeni ripetibili: condivisi significa ripetuti. Se qualcosa è unico al 100%, la scienza è totalmente incapace di parlarne; può parlarne solo facendo uso di altri riferimenti conosciuti, cioè concetti già condivisi. Ciò significa che la scienza, nel caso di un evento unico, cerca di determinare in esso componenti che possono essere descritti utilizzando concetti di riferimento noti.
Questo accade non solo nella scienza, ma in tutto; possiamo semplicemente dire che accade nel linguaggio. Il problema è che così il linguaggio e la scienza ci fanno dimenticare, o ignorare, che in realtà, da una prospettiva diversa, nulla è totalmente ripetibile: siamo noi che prendiamo il ripetibile, la parte condivisa, per occuparci di descrizioni e idee, e questo ci fa dimenticare che ogni esperienza è in realtà unica. Questa sembra essere la struttura di base con cui lavora il nostro cervello per acquisire conoscenza delle cose: lavora su elementi condivisi e li elabora.
Ora, il problema difficile della coscienza sorge perché, quando uno considera la coscienza, probabilmente presterà una considerazione speciale alla propria singola esperienza specifica di coscienza. Invece altri sono distratti dal loro istinto ad organizzare la conoscenza facendo astrazioni, come ho descritto prima. Questi sono quelli che non vedono affatto l’esistenza di un problema difficile della coscienza. Essi oggettivano il concetto di coscienza, dimenticando, ignorando, non prestando attenzione al fatto che la loro singola specifica esperienza di coscienza non può essere ridotta a un’idea generale di coscienza. Consideriamo ora perché non può essere ridotta.

La mia specifica esperienza di coscienza è come essere dentro la mia macchina: posso rendermi conto che stare nella mia macchina mi dà la mia esperienza del mondo, la mia prospettiva, i miei gusti, il modo in cui i colori sono vissuti da me. Considerando questo, posso immaginare l’esperienza di altre persone di essere all’interno della loro auto, presumendo che debba essere in qualche modo la stessa esperienza, o almeno molto simile. Ma posso anche rendermi conto che io sono me stesso e nessun altro potrà mai essere me, vivere la mia esperienza di essere dentro la mia macchina. Questa percezione è connessa a un’esperienza istintiva di sentirsi liberi: posso sentire che posso muovere il mio braccio, se voglio, quindi presumo che gli altri debbano provare qualcosa di simile. Ma il mio braccio è solo il mio braccio, esiste solo in me e nessuno al mondo potrà mai provare esattamente quello che provo io muovendo il mio braccio. Non si tratta di dettagli fini che possono differire tra i corpi. A questo proposito, è importante rendersi conto che la differenza di esperienza che riesco ad immaginare tra due miei amici è totalmente diversa dalla differenza che posso pensare confrontandoli con me. I miei due amici sono diversi tra loro, ma li percepisco entrambi esterni a me, quindi in questo sono molto simili. Sono entrambi esterni a me, mentre io invece sono interno a me: questa è la vera grande differenza. Quindi, l’essenza della mia propria esperienza di essere me è che non posso sottrarmi al sentirla assolutamente unica, impossibile da ripetere, anche perché sento che, quando morirò, ciò per me sarà equivalente al mondo intero che smetta di esistere, mentre quando altri muoiono vedo che il mondo continua ad esistere. Questa esperienza di unicità di me stesso è anche abbastanza disturbata dalla tendenza del nostro cervello a organizzare la conoscenza attraverso l’astrazione. Questo significa che c’è in me come una forza che cerca continuamente di farmi dimenticare l’unicità della mia esperienza. Ho bisogno di concentrarmi, di lasciare per un attimo da parte tanti pensieri, per ricordare di nuovo la mia esperienza di me stesso, per rientrare in me stesso e ri-rendermi conto che il “me” è qui, io sono dentro la mia macchina, io sto vivendo la mia esperienza unica di padronanza del mio corpo, dei miei pensieri, delle mie prospettive.
Ecco il nocciolo, la soluzione, di ciò che rende difficile il problema difficile della coscienza: ciò che lo rende difficile è il fatto che la scienza non è affatto organizzata per affrontare qualcosa di unico. Non è il suo lavoro, è al di fuori del suo essere. Quindi potremmo anche dire che l’esperienza unica che ognuno di noi può provare quando ci concentriamo sull’esistenza della nostra padronanza sul nostro corpo e sui nostri pensieri è qualcosa di completamente al di fuori del dominio della scienza. Questo non può non apparirci alquanto strano, perché ognuno di noi può percepire la propria prospettiva dall’interno in un modo così evidente, così chiaro, così innegabile, che non possiamo evitare di chiederci come sia possibile che la scienza non riesca ad affrontarla. Ora abbiamo il motivo: è perché la scienza si basa sulla ripetibilità, mentre invece la mia esperienza esclusiva della mia coscienza ha un lato per me, dall’interno di me, che è impossibile ripetere. Ci confondiamo anche perché vediamo che la scienza è in grado di affrontare molti aspetti dell’esperienza della coscienza; ci confondiamo ancora di più perché questa capacità della scienza può persino farci dimenticare l’unicità della nostra esperienza dall’interno di noi.

Penso che ciò sia legato all’intuizione che fece dire a sant’Agostino, nelle sue Confessioni, libro XI, cap. XIV: “Che cos’è allora il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”.