Indice delle lezioni

 

Così come la spiritualità in generale, anche il silenzio va trattato come un oggetto che in sé non è né un bene né un male. Praticarlo senza alcuna attenzione critica, rivolta a sfruttarne le migliori potenzialità, può ridurlo a inutili o perfino frustranti perdite di tempo, fino a farlo diventare un nemico odiato, o che mette disagio o perfino timore; non è detto che ciò debba succedere, ma può anche verificarsi; è come per il dialogo: dialogare senza alcuna preparazione, senza alcuna attrezzatura mentale, può trasformare il tentativo in null’altro che un’occasione di conflitti; non avviene sempre e necessariamente così, ma succede.

È il caso di precisare che attenzione e preparazione non coincidono con l’uso di tecniche: la pratica di tecniche preconfezionate contiene il rischio di distogliere dall’ascolto di sé stessi e della realtà. Nessuna tecnica al mondo può sostituirsi al nostro io, alle nostre esclusive sensibilità. La tecnica fa concentrare sulla necessità di risolvere un problema da un punto di vista dei risultati esteriori, facendo dimenticare che c’è sempre qualcosa che è più importante di qualsiasi problema; questo qualcosa è, come ho appena detto, il nostro sentirci “io”, sono certe sensibilità che ognuno di noi al mondo possiede in una specifica maniera, è la capacità esclusiva di ognuno di accorgersi di cose di cui nessuna tecnica sarà mai capace di farci accorgere. Ciò non significa che le tecniche siano sempre e tutte da vietare: al contrario, per chi ha capito cosa rischiano di farci perdere di vista, esse possono contribuire ad affinare proprio le consapevolezze da cui altrimenti ci distoglierebbero.

Ho lasciato intendere che il silenzio non va idealizzato, non bisogna illudersi che più se ne fa, più cose speciali e superiori succederanno in noi; una volta rimasi sorpreso dal fatto che un eremita molto stimato, effettivamente anche istruito e abbastanza critico ed intelligente, mi disse che faceva ogni giorno solo pochissime ore di silenzio. Non bisogna adesso slittare sul luogo comune secondo cui la qualità è ciò che conta; ciò che conta è il cammino personale di ciascuno; per qualcuno può essere ottimale, per raggiungere il massimo dei frutti, fare soltanto pochissimi minuti di silenzio ogni tanto, altri potranno essere più inclini a viverne intere giornate; ciò che conta è togliersi dalla mente l’idea di diventare super uomini; ciò che bisogna diventare è il meglio per il proprio essere e questo viene conosciuto solo nel corso di un cammino; inoltre, le misure e le qualità più adatte per noi possono cambiare nei vari periodi della nostra vita.

Una volta sgombrato il campo da fanatismi ed illusioni, si può evidenziare che il silenzio è comunque una pratica di portata incommensurabile, con enormi potenzialità per la nostra crescita e la creazione in noi di un’esperienza spirituale. Possono essere utili qui alcune annotazioni per un primo avvio di familiarizzazione con esso.

La prima è che silenzio non significa riflessione, sebbene quest’ultima sia favorita quando il silenzio c’è. La riflessione è un’altra cosa, ha altri scopi e metodi, non ha come primo orizzonte quello di creare in sé un’esperienza interiore; ciò non è affatto escluso, ma non è lo scopo primario. Da ciò consegue che accostarsi al silenzio per viverne l’esperienza significa evitare di mettersi a riflettere; ciò non significa dimenticare tutto, estraniarsi dal mondo e dalla vita: credo che i Salmi siano maestri nel fatto che l’orante, nella sua preghiera, non dimentica affatto le proprie preoccupazioni, le cose che toccano di più il suo cuore, perfino le persone che odia. Non riflettere significa piuttosto lasciar perdere per un po’ lo sforzo di trovare soluzione ai problemi e vivere questi ultimi invece come sensazione, emozione, sentimento che ci attraversa. Un modo per accantonare un pensiero assillante potrà essere appuntarlo per iscritto, così da avere la tranquillità che non sarà dimenticato; per il momento però si vuole vivere il silenzio e quindi si lascerà anche scorrere sulla mente quel pensiero preoccupante, non però per riflettere su come reagire ad esso o come risolverlo.

Una seconda annotazione riguarda il tentativo di non bloccare alcun pensiero che si affacci alla nostra mente; ciò è molto utile a conoscere noi stessi. Non si tratta di avere la pretesa di penetrare da svegli nel nostro inconscio: esso è talmente profondo che perfino i nostri sogni notturni non vi entrano del tutto; deve trattarsi solo di un modestissimo tentativo di lasciar andare la propria mente e farle sperimentare un po’ di libertà.

Riguardo alla durata del silenzio, come ho detto, ritengo meglio che sia totalmente libera e spontanea, per evitare inimicizie con esso; volendo si può anche fare esperienza di stabilire in anticipo quanto debba durare, ma non ritengo utile, almeno per me, che questo diventi una norma stabile a cui autosottomettersi. Si può stabilire un minimo di silenzio continuativo da vivere ogni tanto, per esempio cinque minuti ogni settimana, ma non è detto che il meglio sia mirare a farlo diventare necessariamente sempre più prolungato e sempre più frequente. La pretesa di riuscire a fare lunghi silenzi potrebbe avere come risultato negativo quello di farci diventare superbi e orgogliosi delle nostre superiori capacità spirituali, il che non farà altro che contraddirle all’istante e farci diventare ipocriti.

Man mano che ci si addentrerà, senza pretese e senza fretta, nel gusto del silenzio nei modi e nelle misure più adatti a noi stessi, potremo sperimentare che, dopo i primi minuti, avviene come quando un bicchiere d’acqua torbida viene messo a riposare: cominciano a precipitare sul fondo gli elementi più pesanti, altri rimangono più in superficie e in questo modo diventa possibile distinguere con più chiarezza nel proprio animo cose che sembravano secondarie o erano sommerse dalle distrazioni, fino a diventare del tutto invisibili e ignorate, mentre invece meritano attenzione, e viceversa.

Come avviene per ogni cosa, la pratica prolungata negli anni creerà in noi poi il gusto, il sapore di ciò che sperimentiamo, pur nell’attenzione ad evitare l’autocompiacimento.

Salve a tutti, siamo arrivati a “La pratica del silenzio”. Aggiungiamo quindi qualche annotazione a quello che già ho scritto nel post. La prima annotazione è che il silenzio non credo vada vissuto come una collezione di esperienze da sommare, da accumulare nella propria vita, ma in realtà ha un decorso. Cioè, man mano che io porto avanti nella mia esistenza le esperienze del silenzio, avviene anche una evoluzione, c’è una storia del mio fare silenzio. Dunque, il fare silenzio non è un’esperienza per la quale fare attenzione soltanto a ciò che succede nel momento in cui faccio silenzio. Per renderla fruttuosa è bene fare attenzione anche al suo evolversi lungo la nostra esistenza; è un cammino, il silenzio è un cammino. Un’altra cosa che magari potrebbe sfuggire alla nostra attenzione è che il silenzio può trovarsi anche lì dove magari fisicamente non c’è. Per esempio, anche un brano di musica classica può contenere molto silenzio e non mi riferisco tanto alle pause, cioè alla lentezza del brano, oppure a momenti in cui gli strumenti tacciono, ma proprio alla musica. Cioè, il modo come sono organizzate le note, tutto l’andamento di quel pezzo musicale, può trasmettere un’esperienza di silenzio, una suggestione di silenzio, un invito a fare silenzio, anche se in quella musica non c’è nessuna pausa di silenzio, perché l’architettura può ricordarci il silenzio. Ora, questa maniera di individuare il silenzio anche nel parlare, nel comportamento, o in una musica, cioè lì dove fisicamente non c’è un vero e proprio tacere, naturalmente va percepito a partire dal nostro essere umani, cioè, siamo noi col nostro DNA a percepire che anche certi suoni possono contenere silenzio, per il modo in cui sono organizzati. Dunque, nel produrre del suoni o nell’ascoltarli uno può essere indotto proprio alla coltivazione del silenzio e quindi ad accompagnare la storia del proprio silenzio anche con queste pratiche. Ora, trattandosi quindi di un silenzio non tanto controllabile, perché ho detto che non si tratta del silenzio fisico, ma di silenzio addirittura contenuto proprio nel suono, c’è il rischio di andare alla confusione, le cose evanescenti e addirittura il pericolo che poi si navighi nel torbido, magari creando inganni, imbrogli, eccetera, quindi il tentativo ci deve pur sempre essere di provare a definire come mai ci può essere un’esperienza di silenzio anche in una musica, anche in un parlare. Ora, qualche criterio di controllo possiamo tentare di individuarlo. Un criterio può essere quello della presenza – in questo caso si tratta di una poesia, una conferenza, un parlare – si tratta della presenza di critica e autocritica. Cioè, se io mi accorgo che una persona che parla è aperta, è disponibile a sottoporre a critica ciò che sta dicendo, si accorge che i suoi pensieri sono migliorabili e quindi questa persona è in ascolto di chi la pensa diversamente, allora posso percepire che dietro quelle parole c’è un silenzio, c’è un ascolto, perché quella persona, con il suo atteggiamento mentale, è in apertura, sta ascoltando anche mentre parla. In questo senso, anche in una musica, magari non si percepisce l’autocritica, ma si può percepire che chi l’ha composta ha ascoltato, non solo per esempio i suoni della natura, ma per esempio la propria epoca, la cultura del suo tempo, e così via. Al contrario, il fanatico, fermo nelle sue convinzioni, può essere, in analogia, paragonato al chiasso, che cerca di imporre sé stesso e non ascolta niente e nessuno. In questo senso, tenuto conto di ciò, posso dedurre che io, ponendomi dalla parte dell’autore, nel momento in cui io provo a produrre un’opera, che può essere anche semplicemente una parola che io dico a un amico, posso pensare che, se prima di dire quella parola, se prima di predisporre quell’opera, io ho fatto del silenzio, allora può darsi molto probabile che quel silenzio si trasmetterà, proprio attraverso le parole, i contenuti, anche lì dove non c’è il silenzio fisico. Questo lascia pensare che può essere bene, almeno se io ho interesse all’apprezzamento del silenzio, vivere un’esperienza di silenzio prima di produrre un’opera qualsiasi. Una pratica tipica di ciò si trova nella produzione delle icone, pensiamo alle icone di origine orientale o di origine russa. Le icone sono un tipo di immagini per la produzione delle quali è previsto che l’artista non debba soltanto essere un artista, ma prima di fare la sua icona debba mettersi in ascolto, in meditazione, e allora si può percepire che, guardando poi quell opera d’arte, essa è in grado di trasmettere silenzio, meditazione, ascolto. Questo è quello di cui io sto parlando: cioè, il silenzio può anche essere immesso in un’opera se io lo vivo prima di produrla. Quindi posso avere il piacere che quell’opera trasmetterà un orientamento verso il silenzio. Un’altra annotazione riguarda il fatto che il silenzio significa anche, per lo meno e per certi versi, aridità, mancanza di esperienza. Allora posso pensare che il silenzio si può associare al deserto o alla debolezza. Ora qui vorrei osservare che pensare “deserto” può anche contenere un’idea di quasi platonismo, cioè dire un’idea delle cose pure che sono quelle con solo le idee senza materialità. Il silenzio può far pensare a questo: assenza di materialità. Ora, in questo senso, sì, l’esperienza del deserto è molto presente nella Bibbia, ma potremmo dare importanza all’esperienza di povertà, perché la parola “povertà” non significa “nulla”, “niente”; “povertà” significa “poco” e poco non per per essere masochisti o per farsi vedere vicini ai poveri, ma poco perché quel poco deve cercare di essere l’essenziale. Il problema è questo, del troppo: il troppo ha il problema che mi distrae, non mi fa vedere qual è l’essenziale. Ora, la povertà dell’esperienza del silenzio può avere questo vantaggio: condurmi all’attenzione verso ciò che è essenziale. Da questo punto di vista, questo modo di vivere la spiritualità della povertà come ricerca del silenzio, ma ricerca soprattutto dell’essenziale, può permettermi di ricordare che l’attenzione ai poveri, quindi la carità, l’altruismo, eccetera, deriva dall’aver coltivato in sé l’essenziale, perché purtroppo è possibile anche vivere, esercitare la carità in una maniera che non ascolta l’altro: la cosiddetta elemosina per levarsi di torno il povero. Una coltivazione del silenzio che significa coltivazione dell’ascolto, dell’essenziale, dovrebbe consentire o perlomeno favorire un’esperienza della carità, l’amore per il prossimo, l’altruismo, che sia più autentica, cioè in cui ci sia anche l’ascolto, e l’ascolto si coltiva in maniera particolare nel silenzio, nel cammino dei silenzi. Auguro a tutti quindi di vivere esperienze del silenzio che non siano soltanto aridità, noia, delusione, magari dopo essere partiti con tanta buona volontà, ma esperienze di crescita. Arrivederci a tutti.