Vai cercando certezze in altre ombre,
per la tua anima persa alla deriva,
mentre nudo ti abbracci,
in preda al freddo degli eventi.

Ormai, dall’aperte ante della rabbia,
prendi solo quel vestito ch’avesti in dono,
e lo indossi, spoglio come sei dell’affetto
che fa meno liberi da sé stessi.

E se la ragione t’invita alla rivolta appena,
da buon sarto per il tuo rimorso,
lesto ne accomodi la taglia,
perché sempre stretta dev’essere la misura.

Eppure io lo so: se il tuo pensiero fosse tuo,
d’indifferenza ago e filo saresti.

Pietro Di Martino

 

Commento

Credo che questa poesia contenga un’esplorazione straordinariamente avanzata della condizione umana. È ricchissima, complessa, potremmo dire che è una poesia per adulti, per persone maturate, ma qui si va anche oltre, non ci si accontenta di essere avanzati; è una poesia che cerca di oltrepassare sé stessa, è dinamica e irrequieta dietro l’apparente staticità delle parole scritte, così come avviene nella Notte stellata di Van Gogh. Adesso bisogna spiegare ciò.

Cominciamo dal penultimo rigo:

se il tuo pensiero fosse tuo

Si potrebbe considerare questa l’essenza della condizione umana che la poesia cerca di comunicare: la percezione di non appartenersi, di essere espropriati da sé stessi. Cos’è che ci espropria da noi stessi? Viene detto nel quarto rigo:

in preda al freddo degli eventi

Gli eventi della vita, esterni a noi, si sa, sono capaci di essere talmente violenti, mortali, da farci perdere ogni connessione con noi stessi.

Ma Pietro Di Martino va oltre, perché le cose stanno in una maniera più complessa: non è solo il freddo degli eventi a spersonalizzarci, ma anche, inaspettatamente – ma bisogna ammettere che è così – l’opposto, il calore degli affetti:

… l’affetto
che fa meno liberi da sé stessi

Sia le gioie che i dolori della vita ci espropriano del nostro essere, se ne impadroniscono e dettano i nostri comportamenti: siano essi di felicità o di sofferenza, sono in ogni caso dettati dall’esterno e introdotti a forza dentro il nostro corpo.

Parlando di corpo, Pietro racconta che il corpo non è solo corpo, il corpo è mente, e viceversa, la mente è anche corpo. La poesia organizza uno spiazzamento di concetti, di aspettative, in modo da forzare il lettore a sospettare ciò che non pensava. Così quello che il poeta prende dall’armadio della rabbia non è niente di intellettuale, è semplicemente il proprio corpo. Ci aspetteremmo che, se l’armadio è un’emozione, se ne dovrebbero trarre emozioni, pensieri; per trarne qualcosa di più materiale dovrebbe essere un armadio materiale, ma il poeta rimescola le carte e forza a pensare che da un’emozione traiamo fuori nientemeno che il nostro corpo. Questo corpo è un vestito, ma quando andiamo a parlare del sarto ecco che il vestito diventa di nuovo un fatto spirituale, l’indifferenza. Pietro ci ricorda che corpo e mente, corpo ed emozioni sono intrecciati e non è che quest’intreccio sia poi tanto romantico: sono entrambi schiavi sia delle gioie che dei dolori.

C’è il sogno, che significa illusione, di un pensare logico, coerente, teorico, ma è nient’altro che un sogno e un’illusione, o un’ipotesi: in entrambi i momenti in cui vi si fa accenno è solo parte di un “se”:

se la ragione t’invita

se il tuo pensiero fosse tuo

Non c’è niente di reale nell’esperienza di pensare con coerenza e sentirsi sé stessi: meglio prendere atto del nostro essere manovrati.

A questo proposito credo che ci sia dietro le righe della poesia un interrogativo che apre uno spiraglio di positività, anche se si tratta di una positività complessa. L’interrogativo è: ma sarebbe poi davvero meglio sentirsi sé stessi, coerenti, ragionevoli, considerando che in realtà è solo un’illusione? Non è forse meglio prendere coscienza nelle nostre prigionie mentali, se non altro in uno sforzo di autenticità, di verità, sebbene si tratti di una verità sconfitta in partenza, visto che descrive il proprio essere verità manovrata? È un interrogativo drammatico, amareggiato sia dall’impossibilità di compiere una scelta, tra pensiero illusoriamente libero e comportamenti corporali manovrati dagli eventi esterni a noi, sia dal fatto che questi eventi lasciano ferite laceranti, ancor più perché opposti ad altri momenti che facevano gustare il piacere di vivere.

Così la poesia è a prima vista nient’altro che amarezza, perfino rassegnazione, di un uomo che riesce ad incontrare solo il fantoccio inautentico di sé stesso lacerato dal turbinìo degli eventi:

nudo ti abbracci

Il testo è tutto percorso da cima a fondo da un agitarsi irrequieto, un contorcersi nell’insoddisfazione di quest’esistenza: figuriamoci che piacere ci possa essere ad abbracciare nient’altro che sé stessi, o ad aprire un armadio di ribellione per trarne soltanto il proprio corpo prigioniero e reindossarlo.

In questo senso si può notare che la seconda e la terza quartina sono parallele, dicono praticamente la stessa cosa: iniziano entrambe con un riferimento ad una ribellione che è spirituale:

dall’aperte ante della rabbia

se la ragione t’invita alla rivolta

e poi entrambe sfociano in un deludente incorporamento che è ridimensionamento:

lo indossi

ne accomodi la taglia.

Possiamo viasuallizzare il parallelismo di tutte e tre le quartine affiancandole:

Vai cercando certezze in altre ombre,
per la tua anima persa alla deriva,
mentre nudo ti abbracci,
in preda al freddo degli eventi.
Ormai, dall’aperte ante della rabbia,
prendi solo quel vestito ch’avesti in dono,
e lo indossi, spoglio come sei dell’affetto
che fa meno liberi da sé stessi.
E se la ragione t’invita alla rivolta appena,
da buon sarto per il tuo rimorso,
lesto ne accomodi la taglia,
perché sempre stretta dev’essere la misura.

 

Che fare in questa condizione? Andremo alla deriva e basta, sprecheremo la vita cercando certezze che sono solo ombre, come detto all’inizio? Passeremo il tempo a sperare che qualche ribellione ci dia qualcosa di diverso, solo per prendere atto che ciò che ne caviamo fuori è solo il nostro vecchio corpo, adattato e riadattato agli eventi, con cura sartoriale, per tentare di soffrire di meno?

C’è di più nella poesia, per questo dicevo che c’è tutto un oltrepassare. Se il bilancio fosse stato solo distruzione e morte, non ci sarebbe stato bisogno di scriverla: ciò avrebbe significato solo rivoltare il coltello nella piaga, sarebbe stato meglio non parlare. Pietro fa la scelta di farne una narrazione, perché in questo modo l’esperienza esistenziale si arricchisce di esplorazione, diventa dialogo con il lettore, creazione di collegamenti tra la mentalità e la corporalità, gli eventi e la personalità, l’ideale di logicità e la presa d’atto dell’inautenticità. Potremmo dire che, se per Heidegger l’ideale era l’autenticità, lo sforzo di essere sé stessi, Pietro dice ad Heidegger che bisogna andare oltre, qualcosa di meglio e di più evoluto dell’illusorio inseguimento di un essere autenticamente sé stessi che in realtà non è mai esistito nella storia dell’universo. C’è più esperienza di avanzamento, di arricchimento, di connessioni, nel prendere atto degli inganni e narrarli, perché l’esperienza di arricchimento che viene dalla narrazione si dimostra superiore, contenendo una sintesi avanzata della storia vissuta e delle meditazioni. Potremmo perfino dire che questo è il vero oltreuomo, quello che Nietzsche aveva romanticamente cercato nel pensiero della potenza e Pietro invece mostra nell’evento del narrare che incoraggia ad andare più in là, e poi più in là ancora, senza perdere neanche una briciola di tutti gli eventi indebolenti e falsificanti e di tutte le fallite ricerche di verità che ci sono state in precedenza, ma piuttosto assumendole e trasformandole in un’esperienza e un processo di arricchimento spirituale.

Alla fine si percepisce anche un filo di dolcezza in mezzo a tutto ciò, perché c’è anche il ricordo di

quel vestito ch’avesti in dono

l’affetto

E poi, s’è mai visto un sarto che lavori senza passione e amore per ciò che sta cucendo? È il sarto Pietro, che ha tessuto e ritessuto le righe, le sillabe, le parole e le connessioni di questa poesia come suo corpo.