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Spiritualità oggi è lo sbocco di un cammino

Interessarsi di spiritualità oggi, farne pratica, oppure, al contrario, ignorarla, può avere motivi diversi per ognuno. Personalmente mi sembra di poter individuare nella spiritualità uno sbocco del cammino della cultura occidentale. Si può considerare che il maggiore tentativo di individuare le cose più importanti di cui valga la pena occuparsi è stato compiuto dalla filosofia e dalle religioni. Trovo che lo sforzo più grande di lealtà verso il senso critico si trovi nella filosofia greca e nella religione ebraico-cristiana. La filosofia greca cercò di capire cos’è il mondo, cos’è l’essere. Presto si rese conto che conveniva spostare l’attenzione verso l’uomo, la soggettività. Da qui oggi l’interesse sembra rivolgersi verso il pratico, l’agire concreto. Nel frattempo, nella religione cristiana si acquista sempre più chiara consapevolezza dell’irrimediabilità del problema della teodicea e della criticità dei concetti di dogma e di verità.

Vantaggi e svantaggi

Tra religione e filosofia, la prima si è ritrovata il vantaggio di una maggiore chiarezza per quanto riguarda la spiritualità oggi, intesa anche come azione, come atto di concretezza, sorgente del fare, nonostante possa sembrare che una persona che medita sia inerte, con la testa fra le nuvole. In questo senso la filosofia, nel tentativo di andare al pratico, si orienta verso l’impegno sociale e politico, mancandole una base di approfondimento su ciò che è meditazione, raccoglimento, silenzio, contemplazione, in una parola, spiritualità; cose su cui la religione si muove invece a proprio agio, gioca in casa. Non è che filosofia significhi aridità: in questo senso si potrebbe leggere con frutto Pierre HadotLa filosofia come modo di vivere, Einaudi 2008; al confronto però con la religione, la filosofia non può certo vantare una spiritualità vissuta con lo stesso coinvolgimento. Alla religione, d’altro canto, manca la spassionatezza critica, il coraggio di sottoporre a critica completa l’idea di un Dio personale o di un mondo soprannaturale, fino a rinunciarci del tutto; questo avviene perché nella religione non si fa esperienza della riflessione autocritica come evento dello spirito; si dovrebbe fare, si sa che si dovrebbe fare, ma non si fa. Credo che ci troviamo, quindi, nel confluire di queste due vie, religione e filosofia, nella pratica della spiritualità. Questa visione delle cose è ovviamente soggettiva, semplicemente un metodo per tentare di individuare un oggetto di interesse che oggi risulti valido, interessante, fecondo.

Salve a tutti. Questo video integra il post, che porta come titolo “Perché interessarsi di spiritualità oggi”.
Quest’ interrogativo può essere facilitato, semplificato, o anche generalizzato, chiedendosi che cosa è meglio fare oggi. Addirittura in passato una volta si fece un giornale con il titolo “Che fare?”. Questo però senza pretese, che poi cadono in errori, ingenuità assolutiste: “il meglio da fare”: non esiste il meglio da fare, esistono tante cose che è possibile fare nel mondo, però è possibile ugualmente chiedersi, almeno al plurale, le cose migliori da fare, le cose che possono aiutare meglio tutti insieme, sia me stesso, sia gli altri: che cosa può essere meglio coltivare, perseguire, portare avanti? Questi tentativi di trovare qualcosa sono stati già fatti abbondantemente in passato e, ovviamente, sono stati fatti anche diversi errori. Un criterio con cui si è proceduto a tentare di individuare il meglio da fare è stato quello di andare al concreto. Fino ad oggi si cerca di usare questo criterio: andare al concreto, al materiale, le cose vere, reali. Però si vede facilmente che questo criterio ha i suoi difetti e anche è abbastanza fallimentare. Una persona indicativa di questo criterio fu Marx: andare al materiale, al concreto, i problemi del lavoro, della società, gli operai, il denaro, lo sfruttamento. Però è sotto gli occhi di tutti che non si può assolutizzare questo criterio, sebbene il marxismo non è che sia sparito, anzi tutt’altro, per esempio oggi viene portato avanti da menti, studiosi come Žižek oppure Diego Fusaro. Però ha i suoi limiti, non è il tutto, non è la soluzione dei problemi. Dire “pane e lavoro” non è il massimo, non è il meglio della concretezza.
Tanto per semplificare, un altro versante di ricerca è stato quello della meditazione, l’interiorità, possiamo dire anche l’estasi, la contemplazione, però è ovvio che anche questo tipo di via contiene i suoi difetti, cioè si rivela, all’opposto, magari troppo lontana dalla storia, dal pane e lavoro umano, dalla critica e dall’autocritica, dai problemi concreti del prossimo: non si può dire “Io sono felice perché medito, perché vado nell’alto dei cieli. Tu non vuoi meditare, pazienza, allora soffri”. Questa non è sicuramente una maniera seria di considerare il problema del male. Problema del male che sembra essere quello che sconfigge anche le religioni, nel senso che non si trova risposta, non esiste, nessuno ha mai saputo darla al problema del come mai questo Dio buono, onnipotente, non toglie il male, il problema, detto in termine tecnico, della teodicea, e così rimane l’interrogativo: che cos’è il meglio, che cosa può aiutarci a sua volta a individuare poi altre cose migliori? La filosofia per certi versi addirittura sembra anch’essa aver fatto il suo tempo, nel senso che è molto scarsamente ormai praticata, almeno rispetto a come potevamo vedere qualche decina d’anni fa. E d’altra parte anche tanti filosofi, come ho detto, tentano anche loro di andare al concreto, addirittura buttarsi in politica. Pensiamo per esempio anche a Massimo Cacciari, un filosofo, e tuttavia si comprende che non ci si può buttare in politica così, a capofitto, perché in questo caso poi anche la politica diventa nient’altro che un parlamento enorme, mondiale, in cui ognuno propone le sue tesi, ma con quali motivi, in base a quale criterio, visto che le ideologie sono cadute, non reggono alle critiche?
E quindi rimane la domanda “che cosa è meglio perseguire, come è meglio orientarsi”, che ho espresso in questo post: perché ci si dovrebbe interessare di spiritualità? Ora, la spiritualità è un tentativo di assumere quest’esperienza compiuta dall’umanità e far tesoro delle cadute, dei problemi, assumere anche il senso critico e tentare di fare una sintesi, una sintesi interpretativa. Interpretativa, nel senso che interpretazione non significa soltanto concepire, interpretare nel senso “farsi un’idea di qualcosa”, ma anche porla in atto. Faccio riferimento all’esempio del musicista: il musicista che interpreta un brano significa che non solo legge lo spartito, ma lo suona. In questo senso interpretare significa anche praticare, buttarsi nel coinvolgimento con i problemi storici, i problemi della concretezza. D’altra parte lasciavo anche intendere un interessarsi del meglio, non per escludere il resto, ma semmai per valorizzarlo, per indirizzare poi alle cose belle, interessanti che ci sono nella vita, nell’esistenza.
Un altro criterio che può evidenziare la validità di questa via che chiamo “spiritualità” è quello del divenire, che mi aveva portato, mi porta, all’idea del camminare, come modo umano del divenire. Ora, quest’osservazione risalente ad Eraclito, tutto diviene, tutto scorre, in realtà può essere ricondotta a un’osservazione interiore: cioè, sì, a prima vista io noto che tutto diviene, tutto scorre, ma si può intuire che c’è un divenire, c’è uno scorrere che, magari non a prima vista, ma a un’ulteriore attenzione, precede il divenire del mondo, cioè il divenire interiore, il divenire della vita mia spirituale che sento dentro di me, che ha una sua storia. Questo può essere la radice di ogni divenire, cioè il divenire della soggettività, il divenire dell’interiorità, della persona. Questo può confermare un perché rivolgere attenzione alla spiritualità.
Infine, come figlia del camminare e della filosofia, trovo che la spiritualità si riveli in grado di includere anche l’opposto di se stessa. Cioè, il camminare è capace di includere anche il non camminare, cioè il riposarsi, la festa, il fermarsi, il progettare la spontaneità, progettare il lasciarsi andare, includere delle parentesi. Così anche la spiritualità risulta, come figlia del camminare, della filosofia, in grado di includere la non spiritualità, cioè anche il disimpegno. Questa capacità di includere anche la negazione di sé mi fa pensare a Gesù, il quale aveva avuto modo di dire anche “Voi farete cose più grandi di me”, oppure, quando c’era uno che faceva miracoli, ma non era dei suoi, e Gesù dice “Lasciatelo fare, chi non è contro di noi è per noi”.
In questo senso, se una via è in grado di includere in sé stessa critica e autocritica, attenzione alla meditazione, lo spirituale, però anche alla storia, al concreto, al problema del male, capacità di negare sé stessa – Gesù aveva anche avuto modo di dire “Chi mi vuole seguire rinneghi se stesso” – e capacità di essere non tanto un punto di arrivo, ma piuttosto predisposizione a camminare ancora, preparazione ad altre strade ulteriori, allora trovo che, in questo senso, la spiritualità, come tentativo di sintesi di tutto questo, che non è soltanto fare un miscuglio, mettere tutto in un calderone e vedere cosa esce fuori, ma è un qualcosa che è stato già perseguito, portato avanti nel passato, ha una sua esperienza, si tratta semplicemente di portarla avanti facendo tesoro delle esperienze effettuate finora, compiute finora, e quindi portare avanti un cammino che si riveli interessante, fattivo, coinvolgente, ricco, insomma realizzante della nostra umanità.
E basta, quindi tutto continua, il cammino va avanti e rimando l’appuntamento alla prossima puntata, al prossimo post. Arrivederci a tutti.