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    Indice001 Perché interessarsi di spiritualità oggi →

    Che cos’è la spiritualità

    Per una prima informazione su cosa sia la spiritualità si può leggere la relativa voce su Wikipedia. Tuttavia, sia questa voce che le definizioni che si possono trovare in vocabolari ed enciclopedie non fanno altro che rinviare al significato di “spirito”, tralasciando la problematica dell'esistenza o meno del soprannaturale. In questa pagina di partenza del sito diamo al termine un significato iniziale per un primo sgombero del campo da fraintendimenti e confusioni; la ricerca successiva, portata avanti nel blog, consentirà di apprezzare man mano chiarezze, complessità e fascino di ciò che spiritualità riesce ad essere e significare. Il significato generale che diamo al termine per rendere possibile un avvio della ricerca è il seguente: spiritualità è qualsiasi esperienza interiore. “Interiore” significa che arriva al nostro cervello, anche eventualmente senza consapevolezza. Si tratta evidentemente di un significato molto vasto, ma che intendiamo limitare al mondo della criticabilità; un ulteriore restringimento del campo d'attenzione si potrà poi effettuare chiedendosi su quali esperienze interiori convenga approfondire la ricerca. Quest’ultimo passo ci condurrà alla definizione oggettiva della spiritualità come vita interiore.


    Questo sito

    Questo è l’unico sito esistente interamente dedicato alla spiritualità, considerata non solo come oggetto di studio, ma soprattutto come proposta di un percorso di crescita personale, mirato ad essere imparziale e indipendente da qualsiasi religione o credenza. Qui è messo a disposizione, come in un pensare ad alta voce, un cammino di spiritualità umana, vissuta come esperienza e come ricerca critica. La ricerca critica è condotta con criterio umanistico, scientifico, filosofico.

    Applicare un criterio umanistico significa studiare la spiritualità con la stessa responsabilità con cui nelle scuole e negli istituti di ricerca si studiano, per esempio, letteratura, psicologia, storia, sociologia, cioè le cosiddette “scienze umane”; esse differiscono dalla scienza tale e quale perché non si limitano a ciò che è strettamente misurabile e dimostrabile; per esempio, per studiare lo stile di un poeta, le scienze umane non si servono solo di analisi strutturali, che sarebbero spesso eccessivamente complesse e vaste per poterle portare a termine, ma si affidano anche alla sensibilità degli esperti di critica in quel campo. Ciò non significa che i critici letterari si possano permettere qualsiasi affermazione senza doverla dimostrare, ma che si servono dei dati dell'esperienza in maniere più globali, complessive, sintetiche, piuttosto che in modo esclusivamente analitico e dettagliato, come si fa, per esempio, in fisica, matematica, chimica. La specificazione “umana”, inoltre, è intesa anche in contrapposizione a “universale”: si rivela utile alla ricerca distinguere una spiritualità diffusa in tutto l'universo da un'altra che invece riscontriamo specificamente dentro di noi.

    Usare un criterio scientifico significa sforzarsi di restringere il campo della ricerca a ciò che è documentabile, dimostrabile, spiegabile, ripetibile. Ne consegue che campi solitamente riferiti alla spiritualità, come il paranormale, l'esoterismo, il soprannaturale, qui vengono apprezzati semplicemente come manifestazioni del comportamento umano. Nella nostra ricerca ci si interessa di una spiritualità che anche uno scienziato, un materialista o un ateo devono poter seguire.

    Mantenere un confronto con la filosofia, a favore della serietà della ricerca, significa essenzialmente dare importanza alla critica e all'autocritica, specialmente per quanto riguarda la critica relativistica della metafisica. Un esempio di questo tipo di critica è il “pensiero debole” di Gianni Vattimo, ma possiamo pensare anche a Heidegger o a ciò che viene chiamato “postmoderno”. Chi voglia credere nell'esistenza di “spiriti”, come tali non materiali, ma appartenenti ad altre dimensioni, è libero di farlo, ciò non è rilevante ai fini della ricerca che qui s'intende perseguire; quello che importa è che tutto ciò di cui qui si parlerà, materiale o non materiale che sia, sarà comunque inteso in una maniera incompatibile con qualsiasi idea di verità intesa come oggettiva, reale, qualcosa a cui, secondo alcuni, tutti dovremmo adeguarci “perché è così”, “perché è vero”. Da questo punto di vista non è raro che anche persone atee siano in realtà molto dogmatiche. La spiritualità intesa qui è invece relativista, critica e autocritica su tutto, sempre in divenire, predisposta al dubbio su ogni cosa, inclusa sé stessa. Per una migliore comprensione della filosofia che sta alla base di questa concezione, consiglio la lettura del mio libro Camminare (disponibile in formato cartaceo, epub e kindle).

    La spiritualità oggi è oggetto di distorsioni per la carenza di senso critico in quanti se ne occupano. Nei risultati dei motori di ricerca si può notare come religioni e creduloni si sono appropriati del concetto, svuotandolo di valore e piegandone il senso verso l'idea di mondi soprannaturali, fantasmi, spiriti, forze misteriose ed esoteriche; queste concezioni portano con sé contraddizione, ipocrisia, schiavitù: sfuggendo al controllo della ragione critica e quindi al potere delle sue demolizioni, danno agli ingenui la sensazione di un minimo di comprensione, che in definitiva è sensazione di un controllo e di un potere, esercitati sul senso del termine, di sé stessi e degli altri.

    Il cammino critico che la filosofia ha percorso nel mondo consente oggi un lavoro di recupero alla serietà del patrimonio umano di esperienza indicato dalla parola “spiritualità”; non c'è da accusare nessuno per quanto detto sopra, si tratta di procedere con una mentalità storica, che in realtà permette di apprezzare il cammino percorso, liberandone però l'interpretazione dai presupposti metafisici.

    Questo sito è online dal 2016. Il logo ɣ è la lettera greca “gamma”, qui vista come stilizzazione di due mani che, nel camminare umano, si tengono l’una all’altra. La spiritualità è infatti frutto del camminare, specialmente quando cammini diversi s’incontrano.
    *

    Trascrizione del video Mostra

    Salve a tutti. Con questo video presento il sito spi.st, che sta per “Spiritual Study”, cioè “Studio spirituale”. Ho usato la lingua inglese per indicare che si tratta di un’esperienza universale, che oltrepassa i confini di qualsiasi nazione. Chi voglia avere un’idea del cammino che precede, può leggersi il mio libro “Camminare” e visionare i video indicati nella pagina di presentazione del blog. Per quanto riguarda questi video, non ripetono i post del blog, ma li approfondiscono. In questo senso lo scopo è quello di comunicare un’esperienza che sia fedele a quello che è, cioè la spiritualità, e quindi qualcosa di umano. In questo senso la tecnologia, con i video, consente una comunicazione diciamo leggermente più umana, in maniera da non limitarmi soltanto al testo scritto, ma anche far sentire la mia voce, il gesto, il volto, eccetera, per quello che è possibile fare con questi mezzi.
    Per quanto riguarda il senso della parola spiritualità, qualcosa che è vicino può essere considerato la consulenza filosofica, con questa essenziale differenza, cioè, la consulenza filosofica, essendo filosofica, fa riferimento a tutta la filosofia e quindi non può prendere posizione, mentre invece la spiritualità, perlomeno come la intendo nel sito, si presenta come sbocco di oggi della filosofia e quindi sbocco dell’ultima filosofia di quella più contemporanea. In questo senso la intendo come più vicina alla filosofia non metafisica, quindi, quella di Heidegger oppure possiamo far riferimento anche a Gianni Vattimo. Sempre per quanto riguarda il significato di spiritualità, oggi la persona comune che cerca di capire qualcosa cerca su Google e, cercando su Google “spiritualità”, si trovano per la maggior parte siti che parlano di energie, mondi da raggiungere, insomma qualcosa che ha che fare più con la New Age, ma la spiritualità vera non è questo. Queste sono deformazioni massificate di ciò che il termine indica all’origine. Per andare più vicini al senso originario di spiritualità, bisogna andare al Cattolicesimo perché la parola spiritualità è nata proprio lì, è stata inventata dalla religione Cattolica, con riferimento allo Spirito Santo. In questo senso, per approfondire questo esiste nel blog anche una voce dedicata proprio alla storia della parola “spiritualità”. Ora il cattolicesimo con il suo cammino di fede, con ciò che gira attorno alla parola “spiritualità”, ha individuato non solo un termine ma tutto un linguaggio, un linguaggio quindi fatto di non solo parole, terminologie, ma un linguaggio di idee, che oggi rimane punto di riferimento, riferimento sia perché la parola è nata lì, sia perché in realtà questo modo di trattare la spiritualità si presta oggi ad abbracciare in realtà l’intera esperienza umana e quindi possiamo dire: “Sì la parola spiritualità è nata nel cattolicesimo, ma la spiritualità come esperienza umana è qualcosa che è esistito da sempre, perché da sempre l’uomo ha avuto una vita interiore”. È così che io intendo nel sito “spiritualità” e l’ho anche mostrato nella ricerca sul significato della parola, cioè spiritualità intesa come “vita interiore”.
    Ora, in questo sito la spiritualità viene presentata come un cammino, un cammino serio, un cammino indipendente, quindi indipendente da religioni, credenze o non credenze, quindi non è neanche un cammino ateo, è un cammino che abbraccia l’intera esperienza interiore di qualsiasi persona o di tutta l’umanità: “spiritualità” come “vita interiore”. Ora, in in questo senso il sito ha qualcosa di unico, cioè si può trovare su internet qualche sito che tratta della spiritualità in maniera laica, anche seria, però ciò che affronto qui è un cammino e quindi non si tratta di studiare la spiritualità, mettersela davanti e farne ricerca; si tratta essenzialmente di viverla e quindi ciò che presento nel sito è anche un cammino che può essere adottato come esperienza di vita personale, quindi non soltanto, o non tanto, uno studio accademico, didattico, disciplinare; anche questo, nel senso che si tratta di una cosa seria, ma, per fedeltà alla parola stessa, si tratta proprio di un’esperienza che è possibile vivere, coltivare o anche comunicare.
    Un criterio che sta come sottofondo a tutto il sito è quello dell’arricchimento. Cioè, se la spiritualità è qualcosa che non si lega a nessuna fede, a nessuna scelta particolare, che cosa allora di importante? A somiglianza di tante esperienze umane ha di importante il fatto che si presenta come arricchente: così come è arricchente l’arte, è arricchente lo sport, sono arricchenti tante esperienze, la spiritualità si propone come il cammino di arricchimento della vita interiore, propria, personale, o possiamo dire anche universale. Come ho lasciato intendere, facendo riferimento a Google, c’è oggi una confusione enorme riguardo alla parola “spiritualità” e al concetto di spiritualità. Quello che cerco di fare nel sito è soprattutto fare chiarezza tenendo presente che questo fare chiarezza è fruttuoso. Cioè, man mano che la chiarezza viene fatta in maniera seria, critica, allora si scopre che c’è tutto un universo da intraprendere, proprio come una strada da percorrere.
    Si potrebbe anche dire che la spiritualità è qualcosa di indicibile, che oltrepassa tutto ciò che si può comunicare a parole o in qualsiasi modo, tuttavia questa via apofatica, cioè via dell’indicibilità, resterebbe infruttuosa se si bloccasse nel non parlare. Quindi, sì, io ammetto che la spiritualità è indicibile, ma il tentativo si può pur sempre fare e vale la pena di farlo perché si rivela fruttuoso, arricchente dell’intera esistenza.
    Auguro quindi a chiunque di trovare frutto in quello che comunico in tutto il sito e buon cammino per chiunque, per tutti gli uomini, come dire, di buona volontà. Arrivederci a tutti.


    Per chi vuole percorrere il cammino

    Il nucleo essenziale di questo sito è il susseguirsi degli articoli del blog, i quali formano un vero e proprio cammino di spiritualità, una bibbia di riferimento che si può percorrere, anche ripetutamente, per la propria formazione. Per completezza, chi voglia fare questo potrà opportunamente premettere la lettura del mio libro Camminare (disponibile in formato cartaceo, epub e kindle) e la visione dei due video che hanno preceduto l'inizio del blog:

    Verso la spiritualità - 1 Critica del concetto di verità


    Trascrizione del video Mostra

    Buonasera a tutti.
    C’è una base che io penserei utile chiarire. Qual è questa base? La base è che la verità non è detto che esista, oppure, più sbrigativamente, possiamo anche dire “Non esiste”. Uno dice: “Ma come fai a dirlo? Che cos’è la verità?”. È una cosa che riscontriamo tutti i giorni: se dico che il cielo è blu è una verità, se dico che è rosso non è una verità. Quindi, come possiamo dire che non è possibile parlare di verità? Dico che non è possibile se vogliamo fare discorsi impegnativi, seri. Se vogliamo parlare del cielo, sì, va bene, hai detto giusto, hai detto il vero, che il cielo è blu. Ma se vogliamo parlare della nostra vita, le scelte di fede, che cosa io devo seguire, a che cosa devo ispirare tutta la mia esistenza, allora non posso accontentarmi di dire “Va be’, tutti dicono che c’è la verità, va bene, diciamo che c’è”. Preferisco rifletterci. E allora proviamo un attimo, in maniera non troppo pesante, a vedere come si può intendere la verità, perché potrebbe essere meglio dire che non esiste.
    La verità, tradizionalmente, è stata intesa come accordo tra la cosa e l’intelletto, cioè la cosa sarebbe il cielo, dico che è blu e quindi il mio intelletto del cielo viene a corrispondere, si accordano e allora è verità. Ma chi mi dice se ciò che mi dice l’intelletto, ciò che mi dice il mio cervello, è vero? Come faccio a verificarlo? Allora si possono fare le verifiche: chiedo a un’altra persona “Tu come lo vedi il cielo?” “Blu.” “Bene, allora è vero.” Può darsi che c’inganniamo tutti e due, può darsi che tutto il mondo si possa ingannare su questo, ma il nocciolo della questione consiste nel fatto che qualsiasi controllo io voglia fare sulla eventuale verità deve passare sempre per il mio cervello. Torniamo all’esempio: dicevamo il cielo che è blu. Chi me lo dice? Me lo dice il mio cervello, la mia mente: ha riflettuto, si è servita dei miei occhi, mi manda dei segnali, neuroni che si mettono a lavorare mi dicono “Il cielo è blu”. E io come faccio a verificarlo? Dicevo “Posso chiedere agli altri”. Ora, il problema è proprio questo, cioè qualsiasi strumento io possa utilizzare per verificare se il cielo è blu, i risultati di quello strumento dovranno passare comunque per la valutazione del mio cervello. Cioè, se io chiedo all’amico “Tu come lo vedi il cielo?”, la risposta dell’amico passerà di nuovo attraverso il mio cervello e quindi viene a succedere che per vedere se il mio cervello mi dice la verità, a chi devo chiedere? Chiedo all’amico, ma l’amico passa per il mio cervello e allora alla fine sto chiedendo di nuovo al mio cervello e quindi siamo nel tipico problema “Oste, com’è il vino?”. Eh, se il vino lo fabbrica lui ti dirà che è buono. “Cervello, è vero quello che mi stai dicendo?”. Eh, ma, se è lui che me lo ha fabbricato, mi dirà “Sì, è vero” e come faccio a sapere se è vero? Ci sono gli strumenti, strumenti scientifici, strumenti di misura, raffinatissimi, ma alla fine chi è che legge questi strumenti? Li leggerò di nuovo io, utilizzando il mio cervello, e quindi, per vedere i risultati di questi strumenti, dovrò di nuovo ascoltare il mio cervello: “Cervello mio, tu mi hai detto questo, che cosa dicono gli strumenti?” e il cervello mi dice “Gli strumenti dicono così”, ma alla fine è sempre il mio cervello che sta parlando. Detto in una maniera molto più semplice, o meglio sintetica: è inevitabile che controllato e controllore coincidano. Il controllato è il cervello, io voglio controllare il mio cervello, chi sarà il controllore? Eh, di nuovo il mio cervello, perché qualsiasi altra cosa io voglia utilizzare passerà di nuovo alla fine attraverso il mio cervello.
    Se la situazione è così, si può parlare di verità? E allora, quando diciamo che una cosa è vera, la mia mente dice il vero se mi dice che il cielo è blu, perché poi verifico e vedo che il cielo è blu, a questo punto abbiamo visto che non serve a niente perché tutto si rifà al mio cervello alla fine. Come posso attribuire fiducia al mio cervello se alla fin fine tutte le cose che io so me le dice sempre lui e non posso saperle se non da lui, anche se di mezzo ci metto i miei amici, gli strumenti, la misura, la scienza e via dicendo, tutto quello che vogliamo. Di fronte a questa constatazione molto semplice, penso, io sono costretto a concludere: non sappiamo che cos’è la verità, non sappiamo che cosa vuol dire la parola “verità”.
    Eh, ma, possibile che adesso l’ho scoperto io ora? Non l’ho scoperto io ora, l’hanno scoperto da tanti secoli persone molto più brave di me. Io sto cercando di ripresentarlo in maniere semplici, diffonderlo, farlo conoscere ed eventualmente vederne le conseguenze per la vita, per le scelte che possono essere religiose, spirituali, eccetera, ma questa mi sembra una base necessaria: possiamo parlare di verità solo in discorsi non troppo impegnativi.
    Facevo nel mio libro l’esempio della cassiera al supermercato: se io vado al supermercato a pagare alla cassa, non posso dire “Sì, ma, non so, se il denaro esiste, ma chissà se io ci sono, se questo è vero, se non è vero”. La cassiera mi dirà “Senti, vuoi pagare oppure no?”. Perché? Perché quella non è una situazione impegnativa. Uno dice “Ma come, non è impegnativo pagare?” Sì, va bene, ma non è impegnativa quanto l’intera mia vita. Se io devo mettere in gioco l’intera mia vita, io non mi accontenterò di un linguaggio che si usa per pagare i soldi al supermercato, ma ho bisogno di un’analisi più approfondita perché c’è di mezzo, c’è in gioco qualcosa di più importante del denaro che io potrei pagare al supermercato. Al supermercato alla fine mi diranno che sono un attaccabrighe, mi diranno quello che vogliono, finirà lì. Ma, quando c`è in gioco tutta la mia vita, allora io voglio vedere non solo di cosa sto parlando, ma con quali strumenti ne sto parlando, con quali criteri. E un criterio di fondo per poi fabbricare tutti gli altri discorsi, nel momento presente, nell’epoca presente, facendo la sintesi di quali possano essere i criteri più importanti oggi per andare avanti mi sembra questo: prendere atto, prendere consapevolezza che non è possibile parlare di verità. Nel pratico va bene, la uso tranquillamente, senza problemi, ma nei discorsi di fondo, nei discorsi essenziali, esistenziali, che sono destinati ad approfondire il massimo che riusciamo ad approfondire, proprio lì siamo costretti a prendere atto: non è possibile usare la parola “verità”. Dovremo usare altri criteri, altri concetti, altri strumenti. E ci sono, non è che togliendo la verità restiamo tutti zitti. Ci sono tante altre cose, metodi, strade, belli, interessanti, che si possono seguire, ma facendo attenzione a non abusare del termine “verità”. E dico abusare perché, siccome questa parola “verità” è frequentissima nel nostro linguaggio, fa parte di noi, io stesso, quando mi troverò a parlare della mia vita, non posso cancellarla completamente. Però ne avrò consapevolezza di parlarne in un altro senso, non in un senso analitico, preciso, perché in senso analitico e preciso, in base a quello che ho detto prima, devo concludere “No, la verità è irraggiungibile”. Userò la parola “verità”, ma me ne servirò giusto al servizio di altre parti del discorso in maniera molto provvisoria, molto strumentale, così, giusto per far capire a seconda il discorso che capiterà. Ma questo mi sembra essenziale: prendere atto che nei discorsi che vogliano essere analitici, precisi, non è possibile parlare di verità o perlomeno non è possibile parlarne attribuendo a questa parola un significato che si intenda esatto. Non ha un significato esatto, ha un significato, così, per fare la spesa e basta. Quest’idea è chiaro che ne suscita un miliardo di altre: ma allora, poi, la conseguenza di quello, eccetera, ma allora, eccetera. Sì, si aprono un mare di conseguenze di fronte a queste e uno si può confondere: ma qui dove stiamo andando? Come mi oriento, che cosa devo fare? Il discorso che io sto proponendo dovrebbe servire proprio a questo, cioè a non perdersi in mezzo a questa foresta. La vita non diventa impossibile, si può vivere, anzi, io dico, si può vivere addirittura meglio. Si tratta di imparare a muoversi in questi termini diversi.
    E basta, mi fermo qui, come ero abituato a dire quando facevo l’omelia; vediamo i feedback, eventualmente, di questo discorso, e vedremo eventualmente come sarà meglio proseguirlo, in quali termini, in quali direzioni, eccetera. Arrivederci a tutti.

    Verso la spiritualità - 2 Critica del concetto di realtà



    Trascrizione del video Mostra

    Buona sera a tutti. Riprendiamo il discorso iniziato con il primo video. Lo scopo di per sé sarebbe arrivare a parlare di spiritualità, la mia spiritualità. Per giungere a questo, però, mi servono dei concetti che permetteranno di chiarire tutto, quindi purtroppo mi diventa necessario anzitutto chiarire qualche altro termine, così come nel video precedente abbiamo spiegato il problema della verità.
    Dicevamo, riguardo alla verità, che ci sarebbero tante conseguenze riguardo a quello che ho detto, cioè, se la verità non è raggiungibile, allora alla vita, allora questo, allora quello, eccetera. Un mare di conseguenze che diventa necessario limitare, cioè non possiamo tutto prenderlo in esame, restringerò il campo in funzione di dove voglio arrivare. Dove voglio arrivare è il discorso sulla spiritualità. Qual è il concetto che adesso vorrei approfondire in funzione di questo scopo? Il concetto che mi serve è quello della critica della realtà, della realtà esterna. È un concetto imparentato, comprensibilmente, con quello precedente, cioè, dicevamo, la verità, il cielo, dico che il cielo è blu, però tutti i problemi: non so se il cervello mi inganna e così via. Quella può essere considerata la realtà esterna. Il cielo è blu, quindi il cielo è fuori di me, fuori del mio cervello. E come faccio a saperlo? Come faccio a essere certo che non si tratta di una mia idea, di una mia invenzione, o, potremmo dire, di un mio sogno? Per questo problema una soluzione classica è quella comune del pizzicotto: mi dò il pizzicotto per vedere se sogno o son desto, oppure chiedo anche a un amico “Dammi un pizzicotto perché voglio sapere se sto sognando”. Per quanto riguarda questa ipotesi di soluzione, una critica di fondo è il fatto che anch’essa può essere inglobata ugualmente nella prospettiva del sogno, cioè, sì, mi dò il pizzicotto, sento il dolore, ma chi mi dice che non sto sognando il tutto, che non sto sognando di darmi il pizzicotto e di sentire il dolore, oppure di sognare che l’amico mi dà il pizzicotto e mi provoca il dolore. Ma non solo questa osservazione, credo che questa questione includa qualcosa di un po’ più profondo. Diciamo il pizzicotto, ma a volte può capitare che l'altro mi dica “Ma se io ti tiro una sedia in testa, vediamo se mi dici ancora che la sedia forse non esiste oppure che non è verità, eccetera”. Cioè, lungo la storia, o anche nel presente, abbiamo avuto e continuiamo ad avere la tentazione di trovare soluzione a questo problema della verità, dell'esistenza della realtà, attraverso la violenza: “Ti tiro la sedia e vediamo se mi dici ancora che non esiste”. I fatti, però, la storia stessa, hanno mostrato che la violenza, purtroppo, purtroppo per chi ha bisogno per forza di certezze, di fatti oggettivi, eccetera, purtroppo non è in grado di togliere tutti i dubbi. Di questo hanno dovuto accorgersi particolarmente, è un esempio importante, i genitori. Cioè, nel nostro passato sappiamo che i genitori ricorrevano con maggiore facilità alla violenza per imporre la verità ai figli, perché la verità è un bene, e quindi è giusto che venga seguita, è giusto che loro si mettano sulla giusta strada. Poi, nel nostro ultimo passato e nel presente i figli hanno scoperto che possono reagire, che possono opporre un ricatto ai genitori, ma soprattutto possiamo renderci conto che qualsiasi tipo di violenza può strappare un sì, ma in realtà non strappa la convinzione e non la strappa neanche a sé stessi. Cioè, che io stesso mi dia il pizzicotto o che faccia qualsiasi violenza a me o ad altri non mi toglie i dubbi, non mi crea dei ragionamenti, delle riflessioni, delle acquisizioni in grado di dirmi “Ah, bene, ho capito allora che posso stare certo”. No, la violenza non riesce ad ottenere questi risultati. E quindi rimaniamo con il dubbio, cioè, di fronte a qualsiasi affermazione su una pretesa verità o realtà non è possibile dimostrare che non sia un sogno. Riguardo a questo, per familiarizzarci con il discorso, ritengo utile familiarizzare con qualche termine, qualche parola. Un termine e il “soggettivismo”. “Soggettivismo” significa: soggetto chi è? Soggetto siamo noi, le persone. Contrapposto a soggetto è l'oggetto. Allora “soggettivismo” significa che il soggetto non è in grado di individuare una verità, un oggetto, uguale per tutti, esterno e quindi in grado di imporsi da sé, oppure che per questa imposizione mi faccia sentire autorizzato a imporla agli altri. Quindi “soggettivismo” significa un atto di umiltà praticamente: non sento di poter imporre agli altri la verità, perché non riesco ad individuare degli oggetti indipendenti da me. Questo è un discorso che a volte alcuni fanno: dicono così: “Quell'oggetto, quella realtà, che tu ci creda o no, che tu la guardi o no, che tu ci pensi o no, esiste, è lì”. Ma quello che abbiamo detto mi pare che non permetta di ottenere questo tipo di certezza, perché io posso continuare a chiedermi se colui che mi dice questo, la realtà che io penso di vedere, l'oggetto, eccetera, se non rientrino tutti in un mio sogno. In questo senso un altro elemento che ci può confermare questo, un’altra riflessione, è l’ipotesi dell'errore. Cioè, supponiamo, io mi trovo in un parcheggio, prendo le chiavi per aprire la mia macchina, vedo che non si apre e mi accorgo che non si apre perché è la macchina di un altro, identica alla mia. Allora questo potrebbe dare l'impressione di aver individuato la realtà. Cioè, io sognavo, m’illudevo, pensavo che quella fosse la mia macchina, ma la realtà ha reagito contro di me si è imposta a me e mi ha detto “Svegliati, non è questa la tua macchina”. Ma è facile concludere che anche in questo caso, a sua volta il tutto può essere inglobato in un sogno. Io posso continuare a dire, a ipotizzare, pensare, sospettare, che ho sognato di aver sbagliato macchina, ho sognato di aver messo le chiavi in una macchina che non era mia. Quindi neanche questo stratagemma, neanche questa riflessione è in grado di di superare questo problema del soggettivismo, questo problema del dubbio che tutto potrebbe essere un sogno, tutto potrebbe essere una mia fantasia. Un altro termine sinonimo, simile a “soggettivismo” è “relativismo”. “Relativismo” significa dire che tutto è relativo. Relativo a chi? Relativo al soggetto, relativo alla persona, relativo ai miei pensieri, dipendente dai miei pensieri. Ci sono quelli che dicono che affermare che tutto è relativo significa affermare una pretesa, una verità, una verità assoluta, un pochino come come anche, rispetto al video precedente, uno potrebbe dirmi “Sì, tu hai detto che non è possibile raggiungere la verità, ma, dicendo questo, hai avanzato la pretesa di dire qualcosa di vero, cioè hai avuto la pretesa di dire che è vero che non esiste la verità”. Ora, effettivamente questa è una critica perché si può contrapporre ad un relativismo che direi un po' ingenuo. Il relativista che ha riflettuto su questo può raffinare il suo linguaggio e dire “Va bene, allora io non dico “Tutto è relativo” o che non esiste la verità, o che non esiste la realtà, o che tutto è un sogno. Mi basta aggiungere “forse”: forse non esiste la verità, non so che cos’è la verità, forse esiste quella cosa, forse non esiste”. Questo conferma il contenuto stesso del discorso, cioè io dico “Forse non esiste la verità” e quel “forse” permette di essere armonizzato con il contenuto di ciò che ho detto. Questo “forse”, finora, a quanto pare, nessuno è stato in grado di superarlo, distruggerlo, colmarlo con qualche certezza. A proposito dei tentativi che sono stati fatti, forse il più famoso si potrebbe considerare quello di un filosofo che si chiamava Descartes, che noi poi abbiamo chiamato italiano Cartesio. Questo filosofo ebbe l'idea di dire “Se io dubito ho le prove che esisto, perché, se dubito, vuol dire che c'è qualcuno che sta dubitando”. Nell'ipotesi del sogno, se io voglio sospettare che tutto potrebbe essere un sogno, allora vuol dire che c'è qualcuno che sta sognando e quindi ho la certezza che c'è qualcuno che esiste, quindi una realtà esterna al mio cervello, che sarei io stesso. Di per sé anche questa riflessione non resiste alle critiche. Una delle critiche che si possono fare è abbastanza comprensibile, cioè, se io voglio dire che, se dubito, allora è certo che c'è qualcuno che sta dubitando e quindi è certo che esiste una realtà che perlomeno è quella persona che dubita, si può avanzare un’obiezione: ma come fai tu a dire che questo ragionamento è giusto. È già successo in passato che certi ragionamenti poi si sono rivelati sbagliati, illusori, contenevano dei difetti che poi sono stati scoperti. E, se è successo nel passato, che un ragionamento che appariva filante, preciso, poi si è rivelato difettoso, perché non dovrebbe ancora accadere nel futuro? Cioè, chi mi dice che concludere che, siccome penso, allora esisto, non sia un ragionamento ingannevole del mio cervello, inganno, di cui magari ancora oggi non mi accorgo e mi accorgerei domani? Oppure, che cos'è che può riuscire a implicare che siccome penso allora esisto? Potrei essere il personaggio di un romanzo, potrei essere io il sogno di un'altra persona e quindi l'altro sta sognando che io esisto che io penso. Cioè, si possono fare un mare di ipotesi, giusto per dire che, purtroppo, non riusciamo a superare questa difficoltà del dubbio. Quindi personalmente preferisco accoglierla, accoglierla anche perché credo che mi mostri dei vantaggi di vita concreta. Su questo, un problema che a volte avanziamo è quello della violenza. Già ne parlavo prima a proposito del pizzicotto. Ora, la violenza si può manifestare in questa maniera: chi ritiene che la realtà non esista va messo al manicomio, perché diventa pericoloso per gli altri per sé stesso. Qui la cosa può apparire molto convincente: se una persona dice “Io voglio bruciarmi con un fiammifero perché, chissà, non è detto che il fiammifero mi brucerà”, io devo proteggerlo: che faccio, mi metto a dubitare con lui facciamo la prova, eccetera? Qui potrebbe sembrare che sia giusto mandare i pazzi in manicomio, per proteggere, proteggere loro, proteggere se stessi, proteggere tutti. In realtà è possibile adottare un comportamento diverso, un atteggiamento diverso e qui io cominciò a vedere i vantaggi dell’accettare il dubbio, piuttosto che tentare di vincerlo con la violenza. Cioè, se per me è un bene proteggere quel pazzo che magari vuole farsi qualche danno, se io vado avanti con l'idea del dubbio, starò attento a continuare ad ascoltare quel pazzo, anche mentre lo sto mandando al manicomio e anche dopo che l'ho mandato al manicomio. Quindi io lo proteggerò, eventualmente anche con la camicia di forza, perché ritengo che è bene proteggere la sua vita. Ma, mentre gli do questa protezione, a differenza di chi è convinto che esiste una verità, io mi sforzerò di continuare ad ascoltarlo. D'altra parte, la storia ha dimostrato, confermato, che non sempre i pazzi sono stati quelli che venivano mandati al manicomio. Non è mai possibile stabilire chi è il pazzo, magari in questo momento chi guarda questo video può pensare che il pazzo sia, non è detto che abbia torto, ma io, perlomeno, mi pongo nell'incertezza del dubbio nei confronti miei e nei confronti degli altri. In questo senso è qui che io individuo un vantaggio essenziale per l'esistenza di tutti, nel momento in cui si decide di accogliere questo “forse”, questo dubbio che non riusciamo a superare. Cioè, se questo dubbio esiste e non riesco a superarlo, allora io rinuncerò a imporre, imporre agli altri la verità o imporla a me stesso. Qui si potrebbe anche individuare un motivo per non uccidere, io non devo uccidere perché, se uccido, tolgo all'altro la possibilità di dirmi se il pazzo sono io. Questa è la differenza con il kamikaze: anche il kamikaze pensa di fare un bene, di proteggere la società. La difesa, per esempio la difesa militare, dobbiamo difenderci dai pazzi, eccetera, a costo anche di uccidere il folle che volesse distruggere il mondo. Non voglio adesso entrare in tutta questa questione, però questo atteggiamento consente dei comportamenti diversi, cioè consente un comportamento che si mantiene nell'ascolto e quindi, se io ho l'impressione che l'altro stia sostenendo delle verità che sono dannose per la società, vedremo cosa si potrà fare, ascolterò anche gli altri, ascolterò la collettività, ma soprattutto farò in modo che l'altro possa continuare ad essere ascoltato, perché può darsi che possa avere ragione lui. Uno dice “Ma, se si tratta di un mafioso, che facciamo? Gli diamo il diritto di esprimersi, di continuare a fare danni, attraverso il suo linguaggio nascosto?", eccetera. Vedremo come gestire la comunicazione dell'altro, ma a me non interessa il come risolvere poi singoli problemi particolari, i dettagli, a me interessa che resterà un atteggiamento di fondo diverso. Cioè, siccome io dubito di me stesso, allora voglio riservare a me sempre la possibilità di ascoltare tutto e tutti e quindi per conseguenza proteggere quest'ascolto. Quindi io rinuncio a ritenermi proprietario della verità, possessore della verità, possessore della realtà. Non so se è un sogno, eccetera, però vivo lo stesso, ma mi distinguo per un atteggiamento diverso. Ci sarebbe un'altra osservazione che credo utile aggiungere. Per quanto riguarda l'ipotesi che tutto sia un sogno, uno potrebbe dire “Ma che cosa cambia se tutto viene inquadrato in un sogno?”. Cioè, facciamo l'esempio che facevamo nel video precedente riguardo alla cassiera al supermercato, mi trovo a pagare, eccetera. E allora che cosa cambia riguardo all'ipotesi del sogno? Cioè, che quella vicenda, che quel denaro da pagare esista o no, che sia un sogno o no, io devo pagarlo lo stesso, sia che io mi trovi in un sogno sia che io mi trovi nella realtà. Allora perché ipotizzare che tutto sia un sogno? La differenza è quella che proprio ho detto proprio adesso, cioè, l'ipotesi che tutto sia un sogno mi mantiene con le orecchie più aperte, mi mantiene maggiormente in ascolto e questo credo che crei delle differenze di vita collettiva nel mondo. Cioè, se tutti ci manteniamo maggiormente in ascolto gli uni degli altri, la vita può essere vissuta allo stesso modo, come se la realtà esistesse, però, per conseguenza ciascuno di noi si manterrà maggiormente in ascolto di tutti gli altri. Non dirà “Questa è la verità e tutti la dovete ascoltare”. Non lo potrà dire neanche un gruppo. Ma, essendosi la necessità di quest’ascolto, significherà maggiore prudenza, maggiore rispetto dell'opinione altrui, maggiore anche crescita, perché io starò attento ad arricchirmi continuamente di tutto ciò che l'altro mi sta dicendo. Sarò più pronto a mettere in questione i miei schemi mentali, le mie abitudini sui modi di ragionare. Quindi tutto questo credo che può meritare di essere seguito perché, a quanto sembra, può contribuire a creare, a costruire un mondo migliore, con meno violenza, meno imposizione, meno pretese, più ascolto e quindi uno stare meglio tutti nel mondo. In questo modo mi sembra di aver guadagnato un altro punto che poi mi servirà per arrivare a ciò che per me è più importante, cioè il discorso sulla spiritualità. Quindi intanto vediamo anche qui gli eventuali gli eventuali feedback e quindi arrivederci alla prossima.



    Si potrà poi proseguire con il blog, con il post 001 Perché interessarsi di spiritualità oggi.

    Per una visione d’insieme è possibile consultare la lista di tutti i post del Blog.
    Last edited by Angelo Cannata; 03.08.2021, 22:18.

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